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La magia del Gatto

Laura Fezia
La Magia del Gatto
Storie, leggende, misteri
Età dell'Acquario Edizioni
ISBN: 9788871362939
Prezzo € 14,00


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La storia

tratto dal I capitolo

In un libro che parla di gatti, quello relativo alla loro storia è un capitolo quasi inevitabile.
Non mi sono mai occupata molto di sapere quando il gatto abbia fatto la sua comparsa sul pianeta Terra, ma accingendomi a scriverne ho voluto documentarmi.
Si ritiene che cani e gatti abbiano avuto progenitori comuni e ciò risale a circa 50 milioni di anni fa. Poi le linee evolutive si sono separate, non si sa con precisione per quale motivo e il gatto si è evoluto prima del cane come smilodon, circa 25 milioni di anni fa: ma la strada per giungere al felino che oggi conosciamo è molto lunga.
Lo smilodon, che più comunemente viene chiamato «tigre dai denti a sciabola» e di cui sono stati trovati molti fossili soprattutto nel Nord America, si presenta come un animale la cui unica preoccupazione è la sopravvivenza, con una dentatura smisurata e scatola cranica ridotta: pensare non gli serve, gli occorre soprattutto cacciare per sfamarsi e avere la possibilità di difendersi dagli attacchi dei predatori giganti del primo Cenozoico.
Di era in era, di mutazione in mutazione, di adattamento in adattamento alle condizioni ambientali, arriviamo ai progenitori dei grandi felini, che iniziano ad aggirarsi sulla crosta terrestre circa 10 milioni di anni or sono e diventano gli attuali leoni, tigri, leopardi ecc., solo 3 milioni di anni fa.
L’evoluzione continua o, meglio, continua la differenziazione delle taglie e delle altre caratteristiche in funzione delle zone e del clima.
I primi gatti moderni che fanno la loro comparsa sulla scena, sono il gatto di Martelli e il gatto di Pallas.
Il gatto di Pallas (detto anche manul) vive ancora oggi allo stato selvatico in alcune regioni dell’Asia e in qualche zoo: è un buffo felino che assomiglia vagamente a un gufo, lungo più di 80 centimetri, di cui 25 sono di coda, con le zampe corte, le orecchie tonde e basse e una folta e lunga pelliccia che in natura cambia di colore, a scopo mimetico, a seconda della stagioni.
Il gatto selvatico di Martelli era diffuso un tempo in tutta l’Europa e in alcune zone del Medio Oriente, ma attualmente è estinto.
Ufficialmente scompare circa un milione di anni fa, ma presumibilmente ha solo modificato e differenziato il suo aspetto per adattarsi all’habitat ed è considerato il diretto progenitore dei più piccoli gatti selvatici moderni, da cui si sono sviluppati in seguito i cosiddetti «gatti domestici».
Tra i suoi discendenti troviamo infatti il felis silvestris, che fa la sua entrée nella storia felina tra i 600.000 e i 900.000 anni fa, diffondendosi in Europa, in Asia e in Africa e dà origine a diverse razze, quali il selvatico comune (felis silvestris), il selvatico africano (felis silvestris lybica) e l’asiatico del deserto (felis silvestris ornata).
Gli esperti presumono che il gatto domestico derivi dal selvatico africano, la cui culla (ma sarebbe meglio dire cuccia) sarebbe la valle del Nilo. Non è un caso, infatti, che i numerosi gatti raffigurati nelle pitture dell’antico Egitto assomiglino in modo impressionante al gatto selvatico africano.
Sembra che gli egizi, 5000-6000 anni fa, abbiano importato il gatto dalla vicina Etiopia, lo abbiano chiamato – potenza dell’onomatopea o mancanza di fantasia! – miu o mau e presto abbiano compreso come questo animale fosse prezioso per la guerra ai topi che infestavano i depositi di frumento: al contrario dei furetti, precedentemente impiegati per quello scopo, che però erano assai ghiotti di grano e decimavano la scorte, i gatti disdegnavano i chicchi dorati e si interessavano unicamente a dare la caccia ai più appetitosi roditori.
Ben presto, in Egitto il gatto diventa oggetto di culto e certamente non solo per le sue qualità di cacciatore: gli antichi egizi, diretti discendenti di Atlantide, conoscono e usano comunemente il mondo energetico sottile e non si lasciano sfuggire le straordinarie proprietà dell’animale, al punto che lo divinizzano e gli conferiscono le fattezze della dea Bastet. Da quel momento, l’uccisione, il ferimento o anche solo il semplice maltrattamento di un gatto vengono puniti con pene che arrivano fino alla condanna a morte e sono numerose le mummie di felini ritrovate nelle tombe egizie.
Bastet è la musa del canto e della danza, la protettrice dei raccolti, la divinità che governa la fertilità degli umani, degli animali e della Terra, la dea dell’Amore. Nella sue rappresentazioni tiene in mano un amuleto sacro che ha la forma di un occhio di gatto, chiamato utchat (da cui si presume derivi il nome dell’animale), che viene riprodotto ovunque con un significato protettivo e propiziatorio. È quello che noi conosciamo come «Occhio di Ra», il potente dio del Sole, padre di Bastet, che nell’immaginario egizio assume, a volte, le sembianze di un gatto per scendere sulla Terra.
Presso gli egizi viene punito con pene severe non solo chi attenta alla vita di un gatto, ma anche chi cerca di trafugarne uno per farlo espatriare. Nonostante ciò (o forse proprio a causa di ciò…), fiorisce il commercio clandestino di mici ed è così che, grazie al contrabbando, i gatti raggiungono l’Europa e parte dell’Asia.
Quando Alessandro Magno, nel 333 a.C., conquista l’Egitto, poco per volta il gatto perde le sue caratteristiche divine, ma non la sua importanza.La storia

In un libro che parla di gatti, quello relativo alla loro storia è un capitolo quasi inevitabile.
Non mi sono mai occupata molto di sapere quando il gatto abbia fatto la sua comparsa sul pianeta Terra, ma accingendomi a scriverne ho voluto documentarmi.
Si ritiene che cani e gatti abbiano avuto progenitori comuni e ciò risale a circa 50 milioni di anni fa. Poi le linee evolutive si sono separate, non si sa con precisione per quale motivo e il gatto si è evoluto prima del cane come smilodon, circa 25 milioni di anni fa: ma la strada per giungere al felino che oggi conosciamo è molto lunga.
Lo smilodon, che più comunemente viene chiamato «tigre dai denti a sciabola» e di cui sono stati trovati molti fossili soprattutto nel Nord America, si presenta come un animale la cui unica preoccupazione è la sopravvivenza, con una dentatura smisurata e scatola cranica ridotta: pensare non gli serve, gli occorre soprattutto cacciare per sfamarsi e avere la possibilità di difendersi dagli attacchi dei predatori giganti del primo Cenozoico.
Di era in era, di mutazione in mutazione, di adattamento in adattamento alle condizioni ambientali, arriviamo ai progenitori dei grandi felini, che iniziano ad aggirarsi sulla crosta terrestre circa 10 milioni di anni or sono e diventano gli attuali leoni, tigri, leopardi ecc., solo 3 milioni di anni fa.
L’evoluzione continua o, meglio, continua la differenziazione delle taglie e delle altre caratteristiche in funzione delle zone e del clima.
I primi gatti moderni che fanno la loro comparsa sulla scena, sono il gatto di Martelli e il gatto di Pallas.
Il gatto di Pallas (detto anche manul) vive ancora oggi allo stato selvatico in alcune regioni dell’Asia e in qualche zoo: è un buffo felino che assomiglia vagamente a un gufo, lungo più di 80 centimetri, di cui 25 sono di coda, con le zampe corte, le orecchie tonde e basse e una folta e lunga pelliccia che in natura cambia di colore, a scopo mimetico, a seconda della stagioni.
Il gatto selvatico di Martelli era diffuso un tempo in tutta l’Europa e in alcune zone del Medio Oriente, ma attualmente è estinto.
Ufficialmente scompare circa un milione di anni fa, ma presumibilmente ha solo modificato e differenziato il suo aspetto per adattarsi all’habitat ed è considerato il diretto progenitore dei più piccoli gatti selvatici moderni, da cui si sono sviluppati in seguito i cosiddetti «gatti domestici».
Tra i suoi discendenti troviamo infatti il felis silvestris, che fa la sua entrée nella storia felina tra i 600.000 e i 900.000 anni fa, diffondendosi in Europa, in Asia e in Africa e dà origine a diverse razze, quali il selvatico comune (felis silvestris), il selvatico africano (felis silvestris lybica) e l’asiatico del deserto (felis silvestris ornata).
Gli esperti presumono che il gatto domestico derivi dal selvatico africano, la cui culla (ma sarebbe meglio dire cuccia) sarebbe la valle del Nilo. Non è un caso, infatti, che i numerosi gatti raffigurati nelle pitture dell’antico Egitto assomiglino in modo impressionante al gatto selvatico africano.
Sembra che gli egizi, 5000-6000 anni fa, abbiano importato il gatto dalla vicina Etiopia, lo abbiano chiamato – potenza dell’onomatopea o mancanza di fantasia! – miu o mau e presto abbiano compreso come questo animale fosse prezioso per la guerra ai topi che infestavano i depositi di frumento: al contrario dei furetti, precedentemente impiegati per quello scopo, che però erano assai ghiotti di grano e decimavano la scorte, i gatti disdegnavano i chicchi dorati e si interessavano unicamente a dare la caccia ai più appetitosi roditori.
Ben presto, in Egitto il gatto diventa oggetto di culto e certamente non solo per le sue qualità di cacciatore: gli antichi egizi, diretti discendenti di Atlantide, conoscono e usano comunemente il mondo energetico sottile e non si lasciano sfuggire le straordinarie proprietà dell’animale, al punto che lo divinizzano e gli conferiscono le fattezze della dea Bastet. Da quel momento, l’uccisione, il ferimento o anche solo il semplice maltrattamento di un gatto vengono puniti con pene che arrivano fino alla condanna a morte e sono numerose le mummie di felini ritrovate nelle tombe egizie.
Bastet è la musa del canto e della danza, la protettrice dei raccolti, la divinità che governa la fertilità degli umani, degli animali e della Terra, la dea dell’Amore. Nella sue rappresentazioni tiene in mano un amuleto sacro che ha la forma di un occhio di gatto, chiamato utchat (da cui si presume derivi il nome dell’animale), che viene riprodotto ovunque con un significato protettivo e propiziatorio. È quello che noi conosciamo come «Occhio di Ra», il potente dio del Sole, padre di Bastet, che nell’immaginario egizio assume, a volte, le sembianze di un gatto per scendere sulla Terra.
Presso gli egizi viene punito con pene severe non solo chi attenta alla vita di un gatto, ma anche chi cerca di trafugarne uno per farlo espatriare. Nonostante ciò (o forse proprio a causa di ciò…), fiorisce il commercio clandestino di mici ed è così che, grazie al contrabbando, i gatti raggiungono l’Europa e parte dell’Asia.
Quando Alessandro Magno, nel 333 a.C., conquista l’Egitto, poco per volta il gatto perde le sue caratteristiche divine, ma non la sua importanza.


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Notizia stampata il 28 Jan 2021 su www.animalinelmondo.com il portale al servizio degli animali