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Cani killer? No, “padroni” incapaci e responsabilità degli allevatori

“Cani killer”. “Belve feroci”. “Cani assassini”. “Sicari a quattro zampe”. “Un quartiere in ostaggio dei pitbull”. Periodicamente sulla stampa quotidiana, talvolta alla ricerca del “clamoroso” e della notizia ad effetto, si leggono queste ed altre definizioni del pitbull (o di altre razze di cane simili): sembra che giri per la strada armato, che si apposti negli angoli bui nella notte per accoltellarvi e spararvi e che se invece è più inesperto si limiti ad azzannarvi. Si tratta insomma di cani mostruosi, che attaccano senza motivo e il cui unico scopo è quello di uccidere e dilaniare.

La verità, ovviamente, è un po’ diversa. Nei bollettini del pronto soccorso sono per lo più segnalate ferite da morso di cani di piccola o media taglia. I morsi di pitbull, cani corsi, rottweiler & Co, tuttavia, per via di una diversa presa mascellare, non sono uguali a quelli di un barboncino. Caratteristiche della “razza” (anche se il pitbull non è riconosciuto come razza dall’Enci-Ente nazionale cinofilia italiana) sono temperamento, cioè vitalità e giocosità, tempra, cioè grandissima capacità di sopportare situazioni spiacevoli, tra cui il dolore, di cui hanno una soglia molto alta che li rende resistentissimi -ahiloro- durante i combattimenti, e forte istinto di predazione. I terriers appartenenti al tipo “bull” sono stati selezionati dall’uomo per il combattimento e per la caccia ai nocivi. Quindi, se non sottoposti a training di condizionamento, possono avere la tendenza ad attaccare qualsiasi animale che si porti a tiro delle loro mandibole. Dai molossoidi hanno acquisito una notevole presa mascellare e un coraggio non comune, dai terrier hanno ereditato l’aggressività e l’istinto predatorio. Pitbull = sempre cani assassini, allora? No secco.

Non esiste un cane pericoloso, esistono uomini pericolosi. Questi animali sono carte assorbenti, pronti a rispondere agli stimoli che ricevono. Nessuna razza è di per sé pericolosa. L’aggressività è frutto dell’ambiente e deriva da una frustrazione. L’aggressività è una creazione ambientale e s’innesca in presenza di una frustrazione, ad esempio quando l’animale non ha abbastanza cibo oppure è maltrattato. Ci sono animali che vengono tenuti giorno e notte in stanzine sporche e buie e nutriti in modo insufficiente: cosa accadrebbe a un essere umano nelle stesse condizioni? E’ chiaro che una predisposizione genetica esiste, ma poi dipende da come l’aggressività è indirizzata. Sul cane si dirige l’emotività del proprietario, s’indirizzano istinti, bisogni, frustrazioni. Il cane violento, insomma, non è che il frutto di un padrone violento.

Le razze canine originate dalla natura sono sei. In migliaia di anni le evoluzioni genetiche, ambientali e, purtroppo, anche l’uomo le hanno moltiplicate fino a superare quota 470. In modo troppo veloce per ottenere un assestamento razionale della psiche degli animali. Il pitbull ha ottenuto la morfologia cercata, ma è senza fondamenti atavici. In poche parole: il pitbull ha poche decine di anni e il suo cervello è allo sbando. Di un pitbull si può fare ciò che si vuole, la sua personalità è plasmabile in qualsiasi modo. Così, non avendo un carattere di specie, attinge a quello del suo possessore e lo assorbe. Questa povera bestia si ritrova così con una struttura di cane ma con una mente , plagiata involontariamente da chi gli fa da tutore. E qui sta il problema. Siccome il pitbull è un cane dal cervello minimo, a causa delle mutazioni genetiche indotte dall’uomo, finisce insomma per assumere la personalità del padrone. Che può farne un cane assassino o un cane da tappetino, a suo piacimento. Ma spesso i padroni dei pitbull sono persone labili. Già, perché i pitbull e gli altri “cani assassini” oggi sono di moda. Le loro caratteristiche tendono ad attirare persone frustrate e senza scrupoli. Si capisce che animali selezionati da secoli per la presa e il combattimento, come lo sono in genere i cani della grande famiglia dei Bull non possono diventare dall’oggi al domani cani da salotto o da compagnia se affidati a padroni che li acquistano come alter ego o status symbol.

Purtroppo, con questi animali, sta succedendo esattamente così. Tramontata l’era dei dalmata di disneyana memoria, tornati pochi anni fa alla ribalta con il remake della “Carica”, ora la richiesta si è spostata verso american staffordshire, rottweiler, pitbull & Co. E forse alla scelta di questi animali non sono estranee né le paure né le insicurezze dei nostri giorni. Perché i cani “feroci” sono acquistati dai proprietari di ville per tenere i rapinatori alla larga o dai gioielleri per spaventare i malintenzionati, ma anche e soprattutto da chi vuole esibirli, nel giardino di casa o per strada. Uno status-symbol, appunto, o quasi. “Il classico proprietario di pitbull”, dice chi opera nel settore, è un giovane bulletto di periferia che si atteggia, senza esserlo, a “duro” del quartiere e considera il cane come una specie di appendice, per completare il look. Uno che cerca l’affermazione non attraverso sé stesso ma attraverso il cane. Non sapendo nulla di psicologia canina e senza avere la minima preparazione. Insomma: il problema, con i cani, parte sempre “dal guinzaglio in su”. Non esistono cani killer ma padroni deficienti: nel senso che manca loro la conoscenza. La scarsa conoscenza dei comportamenti animali e della maniera di avere a che fare con loro da parte  dei proprietari è probabilmente la causa di alcune delle ultime vicende, che hanno visto un pitbull incustodito mordere, a Milano, un bimbo di otto anni (guarito in 10 giorni) apparso d’improvviso al cane da dietro un’auto, un rottweiler azzannare una ragazzina a Legnano e un pastore maremmano aggredire per spavento ed errore il suo padroncino cadutogli improvvisamente addosso sulle spalle. Ma è sbagliato criminalizzare queste razze. Basti considerare che negli Usa i “terribili” staffordshire sono usati per curare pazienti con problemi psichici mediante pet-therapy, la terapia basata sul contatto con gli animali. In Francia invece i “feroci” rottweiler sono in forza alla protezione civile per cercare le persone disperse durante le calamità.

Insomma. E’ vero che i pitbull e le altre razze cosiddette da combattimento sono in grado, per patrimonio genetico e costituzione fisica, di sviluppare una potenza maggiore di altre, ma è anche vero che l’aggressività stessa è frutto di un condizionamento. Ma è chiaro un po’ a tutti. Tanto che lo psicologo Fulvio Scaparro, dalle colonne del “Corriere della Sera”, può argutamente affermare: “Non credo al cane-assassino, mi sembra più credibile l’ipotesi di qualche padrone-stupido. Il che per certi versi non rende più facile la soluzione del problema”.

Intanto i canili e i rifugi si stanno riempiendo di pitbull e rottweiler, con cucciolate al seguito, abbandonati da “padroni” pentiti per aver scelto sull’onda della moda un cane che si è rivelato un impegno e non un oggetto da esibire.

Razze potenzialmente pericolose: le responsabilità degli allevatori

Alcune razze di cani da difesa sono precedute da una fama poco rassicurante. In contrasto con le loro doti di docilità e socievolezza, hanno acquisito una triste notorietà perché alcuni esemplari hanno aggredito senza motivo persone estranee, talvolta i familiari e persino i bambini.

Si tratta di casi limitati in rapporto alla diffusione di quei cani.

All’origine di questi dolorosi incidenti ci sono macroscopici errori genetici da parte di allevatori improvvisati. Ogni volta, infatti, che una razza da difesa diventa di moda, puntualmente arriva in cronaca nera a causa delle malefatte di alcuni esemplari: così è stato per il Dobermann qualche anno fa e per il Rottweiler più recentemente. Putroppo è possibile che un esemplare possa rivelarsi poco affidabile perché dotato di impulsi aggressivi troppo accentuati. Si può essere certi, in questo caso, che il cane così pericoloso discende da progenitori i cui comportamenti naturali non sono fra di loro bene in equilibrio: è figlio di una selezione genetica errata. Le responsabilità degli allevatori improvvisati sono evidenti. Questi cani sono il frutto della speculazione, diretta a produrre esemplari al di fuori di sani e corretti criteri selettivi per fare quattrini a spese di quanti vogliono un cucciolo e, privi di una buona guida, finiscono con l’essere ingannati.

Edgar Meyer


Notizia stampata il 26 Nov 2020 su www.animalinelmondo.com il portale al servizio degli animali
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